33 anni dopo: La mafia uccide il cronista Beppe Alfano, un ricordo che sfida il silenzio

La mafia uccide il cronista Beppe Alfano: un evento culturale commemorativo a 33 anni dalla tragica scomparsa del giornalista coraggioso 🕊️📰

A cura di Alex Memoli Alex Memoli
08 gennaio 2026 00:31
33 anni dopo: La mafia uccide il cronista Beppe Alfano, un ricordo che sfida il silenzio -
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Ricordo di Beppe Alfano: 33 anni dalla morte del cronista ucciso dalla mafia

Era l'8 gennaio 1993 quando la quiete di Barcellona Pozzo di Gotto veniva squarciata da tre spari e il rombo di un motore in fuga. In quella fredda serata, Beppe Alfano, un cronista locale di 48 anni, veniva assassinato all'interno della sua Renault rossa. La sua morte segnava l'inizio di un altro anno di violenza mafiosa, prolungando la scia di sangue delle stragi di Capaci e via D'Amelio dell'anno precedente.

Il percorso di Beppe Alfano: tra politica e giornalismo

Fin dai tempi degli studi universitari a Messina, Beppe Alfano aveva coltivato due grandi passioni: la politica e il giornalismo. Le sue idee erano saldamente ancorate a una visione di destra, che lo portò inizialmente vicino a movimenti estremisti come Ordine Nuovo e successivamente al Movimento Sociale Italiano di Giorgio Almirante. Sul fronte giornalistico, la sua predilezione era per l'indagine di strada, un tipo di cronaca che lo avrebbe reso tanto noto quanto scomodo.

Dopo aver abbandonato gli studi per seguire la compagna Mimma Barbarò in Trentino, Alfano iniziò la carriera di insegnante di educazione tecnica. Tuttavia, il richiamo della sua terra lo riportò in Sicilia, dove, deluso dalla politica locale, decise di combattere l'affarismo e la corruzione radicate nella società attraverso il giornalismo.

L'impegno giornalistico e le minacce della mafia

Lungo tutti gli anni Ottanta, Alfano lavorò per radio e televisioni locali, e collaborò con il quotidiano La Sicilia. La sua penna era temuta e rispettata, poiché riusciva a precorrere eventi e situazioni grazie alla sua capacità intuitiva. Era ben noto che le forze dell'ordine consideravano i suoi articoli una risorsa preziosa per le indagini.

Tuttavia, Alfano conosceva troppo del malaffare che intrecciava mafia, politica ed economia. Le minacce non tardarono ad arrivare, ma lui non si lasciò intimidire. Rivelò alla moglie e alle figlie di essere consapevole della sua imminente fine, dimostrando un coraggio che pochi avrebbero avuto.

L'omicidio e il complesso iter giudiziario

Il suo omicidio, avvenuto in una notte di gennaio, portava la chiara firma di Cosa Nostra. Eppure, le indagini iniziali furono caratterizzate da depistaggi e tentativi di diffamare la vittima. Solo anni dopo, il processo riuscì a condannare l'esecutore materiale Antonino Merlino e il mandante Giuseppe Gullotti, ma senza fare piena luce sulla vicenda.

Le rivelazioni del collaboratore di giustizia Maurizio Avola, legato alla cosca di Nitto Santapaola, suggerirono che Alfano fosse stato ucciso per aver scoperto un giro di riciclaggio di denaro sporco legato al commercio degli agrumi, coinvolgendo insospettabili imprenditori e la massoneria.

L'eredità di Beppe Alfano e il contributo alla società

Nonostante il ritardo, la figura di Beppe Alfano è stata finalmente riconosciuta a livello nazionale, grazie anche all'impegno della figlia Sonia Alfano. La sua battaglia per i diritti dei familiari delle vittime di mafia ha riaperto la vicenda giudiziaria nel 2014, offrendo nuovi scenari grazie alle rivelazioni del pentito Carmelo D'Amico.

Beppe Alfano rimane un simbolo di integrità e coraggio, un esempio di lotta contro la mafia e di dedizione al valore della verità. La sua storia ci ricorda l'importanza del giornalismo investigativo e il prezzo che molti pagano per la libertà di informazione. L'eredità di Alfano continua a ispirare nuove generazioni di giornalisti e cittadini a non piegarsi mai di fronte all'ingiustizia.

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