Matia Bazar, Elettrochoc: quel suono del 1983 che sembra ancora futuro
Elettrochoc dei Matia Bazar ci riporta al 1983, tra sintetizzatori, sperimentazione e la voce inconfondibile di Antonella Ruggiero.
Quando nel 1983 i Matia Bazar sembravano arrivare direttamente dal futuro
Bastano pochi secondi di Elettrochoc per ritrovarsi in un 1983 molto diverso da quello che spesso ricordiamo attraverso fotografie sbiadite, vecchi televisori e musicassette. I Matia Bazar di quegli anni guardavano decisamente avanti: il brano faceva parte di Tango, album nel quale la formazione spinse con decisione verso elettronica, sintetizzatori e nuove possibilità sonore. Al centro c'era naturalmente la voce di Antonella Ruggiero, capace di muoversi sopra quelle sonorità fredde e meccaniche mantenendo un'identità immediatamente riconoscibile. Riascoltarla oggi significa ricordare un periodo nel quale anche la musica italiana più popolare poteva permettersi di essere sorprendente, strana e persino spiazzante.
Sintetizzatori, televisioni a tubo catodico e quella voglia di modernità
Per chi ha vissuto quegli anni, Elettrochoc può riportare alla mente un intero immaginario: le radio accese in casa, i primi videoclip, le musicassette registrate, le televisioni a tubo catodico e i programmi musicali aspettati per tutta la settimana. Ma il fascino del pezzo nasce anche dal contrasto tra quell'epoca ormai lontana e una musica che, ancora oggi, non sembra completamente appartenere al passato. La produzione di Tango faceva largo uso delle tecnologie elettroniche disponibili all'epoca; proprio in Elettrochoc troviamo batteria elettronica Oberheim DMX, basso synth e tastiere Yamaha, oltre al mellotron di Mauro Sabbione. Era il momento in cui il futuro cominciava a entrare davvero nella musica italiana, non soltanto nell'estetica, ma nel modo stesso di costruire ritmi e arrangiamenti.
Dietro quella musica bizzarra c'era molto più di un semplice gioco
A un ascolto distratto il brano può apparire quasi surreale, popolato da immagini e personaggi strani, ma dietro quella apparente leggerezza si nascondeva un contenuto decisamente meno spensierato. Il testo costruisce infatti una serie di figure e situazioni legate al tema dell'istituzione psichiatrica e dell'elettroshock, utilizzando un linguaggio volutamente straniante. È anche questo uno degli aspetti che rende Elettrochoc così particolare a distanza di oltre quarant'anni: una canzone sperimentale e ritmicamente trascinante che nascondeva un argomento molto più duro di quanto il primo ascolto potesse suggerire. Riascoltarla significa quindi riscoprire anche una stagione nella quale i Matia Bazar stavano cercando di superare continuamente ciò che avevano fatto prima, aprendosi alle influenze della new wave e dell'elettronica europea. La stessa Ruggiero ha ricordato come il gruppo fosse allora affascinato dalle nuove sonorità provenienti soprattutto da Inghilterra e Germania.
La curiosità: quella voce nel brano era proprio di Enzo Jannacci
C'è infine un particolare che qualcuno potrebbe aver dimenticato: in Elettrochoc compare anche Enzo Jannacci. Nei crediti dell'album figura infatti come voce nel brano. Antonella Ruggiero ha raccontato molti anni dopo che lei e Roberto Colombo conoscevano Jannacci anche nella sua veste di medico e che fu proprio Colombo a chiedergli di incidere alcune parti della canzone; secondo il suo ricordo, Jannacci lo fece in maniera estremamente semplice, utilizzando un normale registratore. È uno di quei dettagli che rendono ancora più affascinante tornare su un disco del 1983: dietro quelle sonorità elettroniche che allora sembravano provenire dal futuro c'erano incontri, sperimentazioni e personaggi irripetibili della musica italiana. E forse è proprio per questo che, quando parte Elettrochoc, per chi c'era allora non torna alla mente soltanto una canzone: torna per qualche minuto un intero pezzo degli anni Ottanta.