Signor Tenente: quando Giorgio Faletti fece tacere l’Italia

Nel 1994 Giorgio Faletti portò a Sanremo “Signor Tenente”: un monologo cantato sulle stragi di mafia che cambiò per sempre il Festival.

22 gennaio 2026 05:50
Signor Tenente: quando Giorgio Faletti fece tacere l’Italia -
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Una canzone che non sembrava nemmeno una canzone

Quando nel 1994 sul palco dell’Ariston salì Giorgio Faletti, nessuno era preparato a quello che stava per accadere. Il pubblico lo conosceva come comico, volto storico di Drive In, autore di personaggi grotteschi e irriverenti. Nessuno si aspettava che proprio lui avrebbe portato a Sanremo uno dei brani più duri, sobri e sconvolgenti mai ascoltati in quel contesto.
“Signor Tenente” non aveva un ritornello tradizionale, non cercava l’applauso facile. Era quasi un rap parlato, un elenco di pensieri, di domande e di frustrazioni, ispirato ai fatti reali delle stragi di mafia del 1992, da Capaci a via D’Amelio.

Il silenzio irreale dell’Ariston

C’è una curiosità reale che ancora oggi viene ricordata da chi era presente quella sera: alla fine dell’esibizione non partì subito l’applauso. Per qualche secondo l’Ariston rimase in silenzio. Un silenzio vero, pesante, rarissimo in un Festival abituato a reazioni immediate.
Poi arrivò una standing ovation lunga e spontanea. Non per entusiasmo, ma per rispetto. Faletti non stava cantando: stava dando voce allo smarrimento di un Paese intero, raccontando lo sguardo di chi indossava una divisa ed era costretto a fronteggiare un nemico invisibile, quotidiano, mortale.

Un secondo posto che vale una vittoria

“Signor Tenente” arrivò seconda a Sanremo, dietro Passerà di Aleandro Baldi. Ma col tempo quella classifica è diventata irrilevante. Il brano di Faletti è rimasto come una delle testimonianze più forti mai portate sul palco dell’Ariston.
Dettaglio spesso dimenticato, ma fondamentale: il testo fu scritto dopo che Faletti lesse numerosi articoli e testimonianze dirette di carabinieri e poliziotti impegnati nella lotta alla mafia. Non era retorica, non era fiction: era una narrazione asciutta, quasi documentaristica, che rompeva completamente con l’idea di “canzone sanremese”.

Quando Sanremo smise di essere solo spettacolo

Con “Signor Tenente”, Faletti dimostrò che anche il Festival più popolare d’Italia poteva diventare luogo di memoria collettiva. Nessuna scenografia eccessiva, nessun effetto: solo parole, musica minimale e una verità che faceva male.
Ancora oggi, riascoltarla significa tornare a un’Italia ferita ma consapevole, a un tempo in cui la musica riusciva a interrompere il rumore e costringere tutti ad ascoltare. Non è nostalgia leggera: è memoria. Ed è per questo che “Signor Tenente” non è invecchiata di un giorno.

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