C’è da spostare una macchina: la follia geniale di Francesco Salvi che conquistò il 1989

Nel 1989 Francesco Salvi conquista l’Italia con “C’è da spostare una macchina”: ironia surreale e un successo nato quasi per gioco.

18 febbraio 2026 05:55
C’è da spostare una macchina: la follia geniale di Francesco Salvi che conquistò il 1989 -
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Quando una canzone nonsense diventò un tormentone nazionale

Era il 1989 e all’improvviso nelle radio italiane iniziò a risuonare una frase ripetuta all’infinito: “C’è da spostare una macchina”. A cantarla era Francesco Salvi, artista già noto al grande pubblico per la sua comicità surreale e per le apparizioni televisive che lo avevano reso uno dei volti più riconoscibili della fine degli anni Ottanta.
Il brano, costruito su una base orecchiabile e su un testo volutamente ripetitivo e paradossale, sembrava quasi una presa in giro delle hit estive tradizionali. E invece funzionò. Eccome se funzionò. Divenne un vero tormentone, capace di entrare nella testa di chiunque lo ascoltasse anche solo una volta.

Una fotografia perfetta dell’Italia di fine anni ’80

“C’è da spostare una macchina” è anche lo specchio di un’epoca. L’Italia del 1989 era fatta di estati in riviera, motorini truccati, musicassette registrate dalla radio e programmi televisivi che univano milioni di spettatori davanti allo schermo. In quel contesto, un brano così leggero e apparentemente assurdo diventava la colonna sonora perfetta di giornate spensierate.
Era la dimostrazione che non serviva sempre una ballata romantica o un testo impegnato per lasciare il segno: bastava un’idea semplice, ripetuta con intelligenza e ritmo, per trasformarsi in fenomeno popolare.

Il valore di un tormentone che ancora oggi fa sorridere

Riascoltare oggi “C’è da spostare una macchina” significa fare un salto indietro nel tempo. Significa ricordare un periodo in cui la musica sapeva essere anche pura leggerezza, senza prendersi troppo sul serio.
E forse è proprio questo il segreto del brano: dietro la sua apparente semplicità si nascondeva la consapevolezza di un artista che conosceva perfettamente i meccanismi dello spettacolo e sapeva come colpire nel segno.
A distanza di oltre trent’anni, quella frase continua a strappare un sorriso e a riportarci in un’Italia che, nel bene e nel male, sapeva ancora sorprendersi per una canzone così… apparentemente senza senso.

Il dettaglio sorprendente che pochi ricordano

Quello che molti dimenticano è che la canzone nacque in un contesto televisivo e comico, coerente con la carriera di Salvi, che non era solo cantante ma soprattutto autore e cabarettista. Prima di quel successo musicale, infatti, aveva già lasciato il segno con brani come “Esatto!” e con programmi cult che lo avevano consacrato come interprete di un umorismo surreale e innovativo.
Il dettaglio curioso – e reale – è che proprio nel 1989 Francesco Salvi partecipò al Festival di Sanremo con un altro brano, “A”, portando sul palco dell’Ariston lo stesso stile ironico e spiazzante che lo aveva reso celebre. Non era un semplice comico prestato alla musica: era un artista capace di usare la canzone come mezzo espressivo, giocando con il linguaggio e con i meccanismi della musica leggera italiana.

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