Maxiprocesso di Palermo contro la mafia siciliana: 40 anni dall'apertura del processo che sfidò Cosa Nostra

A 40 anni dall'avvio del Maxiprocesso di Palermo contro la mafia siciliana raccontiamo il procedimento che portò a centinaia di condanne, le scoperte investigative e l'impatto duraturo sullo stato e sulla società italiana.

A cura di Alex Memoli Alex Memoli
10 febbraio 2026 00:31
Maxiprocesso di Palermo contro la mafia siciliana: 40 anni dall'apertura del processo che sfidò Cosa Nostra -
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Il 10 febbraio 1986 si aprì a Palermo il Maxiprocesso di Palermo contro la mafia siciliana, l'evento giudiziario che rappresenta una pietra miliare nella storia del contrasto a Cosa Nostra. Celebrato nell'aula bunker del carcere dell'Ucciardone, il processo fu l'esito di indagini e strategie investigative elaborate da anni, e coinvolse 475 imputati, tra cui i nomi più noti dell'organizzazione criminale.

Il procedimento e i protagonisti

Il Maxiprocesso nacque da iniziative avviate dal giudice Rocco Chinnici e fu condotto dal pool antimafia guidato da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Le udienze, caratterizzate da misure di sicurezza senza precedenti e da un imponente apparato logistico, si svolsero per molti mesi prima della sentenza definitiva nel 1987, che si concluse con 360 condanne. Tra gli imputati figuravano capi come Totò Riina e Bernardo Provenzano, simboli di una criminalità organizzata che lo Stato aveva deciso di colpire frontalmente.

Le prove e il ruolo dei pentiti

Una delle svolte decisive per l'accusa fu la collaborazione di testimoni e dei cosiddetti pentiti, in particolare di figure come Tommaso Buscetta, le cui deposizioni permisero di ricostruire struttura, ruoli e dinamiche interne a Cosa Nostra. L'utilizzo coordinato delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, delle intercettazioni e delle indagini patrimoniali costituì un modello investigativo che cambiò gli strumenti della magistratura italiana contro le mafie.

Conseguenze giudiziarie e reazioni della mafia

La sentenza di primo grado e le successive conferme portarono a un durissimo colpo giudiziario per l'organizzazione; la Cassazione confermò gran parte delle condanne nel 1992. Tuttavia l'esito processuale non esaurì la reazione mafiosa: negli anni successivi la violenza si intensificò con gli attentati che portarono all'uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nel 1992, azioni che rivelarono la capacità di Cosa Nostra di rispondere con ferocia anche dopo pesanti sconfitte giudiziarie.

Riforme, strumenti e istituzioni rafforzate

Il Maxiprocesso accelerò l'adozione e l'applicazione di strumenti normativi e investigativi già in via di sviluppo, come la disciplina contro l'associazione mafiosa (art. 416-bis) e le misure di confisca dei beni. Fu rafforzato il sistema di protezione dei testimoni e promosso lo sviluppo di strutture investigative specializzate a coordinamento nazionale. Questi cambiamenti permisero di tradurre le risultanze processuali in politiche permanenti di contrasto alla criminalità organizzata.

Impatto sul lungo periodo e limiti della vittoria giudiziaria

Sul piano simbolico e pratico il Maxiprocesso ha lasciato un'eredità profonda: ha dimostrato che la magistratura e lo Stato possono mettere in crisi i vertici mafiosi con prove e processi efficaci. Tuttavia la storia successiva ha mostrato la resilienza della mafia, la sua capacità di trasformarsi e di internazionalizzare affari illeciti. Alcuni boss continuarono a esercitare influenza anche dal carcere e nuove forme di infiltrazione economica hanno richiesto strategie investigative sempre più sofisticate.

Memoria civile e necessità di continuità

A quarant'anni dall'apertura del Maxiprocesso, la vicenda resta un punto di riferimento per la cultura democratica e per chi si occupa di legalità. La memoria di quel procedimento è un monito sull'importanza della competenza giudiziaria, della protezione dei testimoni e del coinvolgimento della società civile nella lotta alle mafie. La lezione più rilevante è che le vittorie giudiziarie richiedono mantenimento di impegno istituzionale e innovazione investigativa per restare efficaci nel tempo.

Il Maxiprocesso di Palermo contro la mafia siciliana rimane, dopo quattro decenni, una testimonianza della possibilità di contrastare la criminalità organizzata con strumenti di legge e con la determinazione delle istituzioni; resta però anche un richiamo alla vigilanza continua, perché il contrasto alla mafia è un processo lungo e in evoluzione, che coinvolge la magistratura, le forze dell'ordine e l'intera collettività.

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