Giudizi universali: quando Bersani raccontò l'amore senza illusioni
Nel 1997 Samuele Bersani cantava Giudizi universali, un brano diventato simbolo di una generazione e di un modo lucido di raccontare l’amore.
Quando nel 1997 una canzone riuscì a raccontarci così bene
Ci sono canzoni che riportano immediatamente a un periodo preciso della nostra vita e “Giudizi universali” di Samuele Bersani è certamente una di queste. Era il 1997, un'epoca in cui le canzoni si aspettavano alla radio, si registravano sulle cassette e un nuovo album poteva diventare la colonna sonora di interi mesi. In quell'Italia di fine anni Novanta arrivò un brano diverso dalle classiche canzoni d'amore: intelligente, ironico, malinconico e capace di raccontare quanto possa essere complicato riconoscersi davvero in un'altra persona. Chi lo ascoltava allora probabilmente conserva insieme alla melodia anche immagini molto personali: un'autoradio accesa, una musicassetta, un pomeriggio trascorso con gli amici o magari proprio quella persona alla quale certe parole sembravano inevitabilmente dedicate.
Un amore raccontato senza le solite frasi romantiche
La particolarità di “Giudizi universali” era proprio il suo modo di parlare dei sentimenti. Non c'erano promesse eterne né l'amore idealizzato tipico di tante canzoni. Bersani metteva invece al centro le contraddizioni di una relazione, le distanze che possono nascere tra due persone e quella sensazione dolorosa di essere vicini senza riuscire più a comprendersi davvero. Il linguaggio era ricercato ma allo stesso tempo quotidiano, pieno di immagini insolite e riflessioni nelle quali era facile ritrovarsi. Forse è anche per questo che, a distanza di tanti anni, il brano conserva una sorprendente modernità: cambiano le generazioni, cambiano i modi di conoscersi e innamorarsi, ma certe incomprensioni sembrano restare esattamente le stesse.
Quella musica che ci riporta direttamente agli anni Novanta
Riascoltarla oggi significa anche tornare a un modo completamente diverso di vivere la musica. Nel 1997 non avevamo milioni di brani immediatamente disponibili in tasca e non esistevano playlist create da un algoritmo. Si comprava un CD, si imparava l'ordine delle tracce e spesso si finiva per conoscere un disco dall'inizio alla fine. “Giudizi universali” appartiene proprio a quella stagione musicale italiana in cui i cantautori riuscivano ancora a entrare nella quotidianità di un pubblico molto ampio, passando continuamente dalle radio alle televisioni fino alle compilation che tenevamo in macchina. E quando oggi partono le prime note, per chi c'era allora non torna soltanto una canzone: tornano gli anni Novanta, le persone che frequentavamo, i luoghi in cui andavamo e forse perfino una versione di noi stessi che avevamo quasi dimenticato.
Una curiosità: quel brano conquistò anche la critica
“Giudizi universali” è contenuta nell'album “Samuele Bersani”, pubblicato nel 1997, e divenne uno dei brani più rappresentativi della carriera del cantautore riminese. C'è però un dettaglio che forse non tutti ricordano: la canzone ottenne il Premio Lunezia nel 1998 per il valore musical-letterario del testo, un riconoscimento particolarmente significativo per un brano nel quale sono proprio le parole a fare la differenza. Non è difficile capire perché abbia resistito così bene al trascorrere del tempo. Dietro una melodia che molti riconoscono dopo pochissimi secondi c'è un testo che continua a offrire nuove letture anche da adulti. Forse è proprio questo il piccolo miracolo di “Giudizi universali”: l'abbiamo ascoltata da giovani pensando di averla capita, per poi riscoprirla anni dopo e accorgerci che aveva ancora qualcosa da raccontarci.